Archive for aprile, 2008

apr 27 2008

Coraline

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Coraline
Neil Gaiman

Oscar Best Sellers, Mondadori 8.8 €

In casa di Coraline ci sono tredici porte che permettono di entrare e uscire da stanze e corridoi. Ma ce n’è anche un’altra, la quattordicesima, che dà su un muro di mattoni. Cosa ci sarà oltre quella porta? Un giorno Coraline scopre che al di là della porta si apre un corridoio scuro, e alla fine del corridoio c’è una casa identica alla sua, con una donna identica a sua madre. O quasi.

Quanti di voi da bambini hanno avuto paura del buio? Il buio rappresenta l’ignoto: “La più antica e potente emozione umana è la paura e la paura più antica e potente è la paura dell’ignoto” diceva Lovecraft.
Ricordate la sensazione di smarrimento e terrore provata di fronte ad una porta aperta, magari su un corridoio, che dava su una stanza buia?
Non è difficile provare la stessa sensazione leggendo le dense pagine di Coraline.
Viene etichettato come libro per bambini e non difficilmente lo troverete nello scaffale dedicato alla letteratura per l’infanzia, ma a mio modesto parere questo racconto è pienamente fruibile da un adulto che viene prepotentemente trasportato nuovamente nell’infanzia dalla penna di Gaiman.
Avendolo letto di notte non provo vergogna nel riconoscere di aver fatto i salti nel letto all’accenno del più piccolo rumore. Questa è la magia di Coraline: una prosa asciutta ma evocatrice.
La protagonista del racconto attraversa il corridoio buio e si trova catapultata in una grottesca imitazione del mondo reale, dove tutti hanno dei bottoni al posto degli occhi. Non impiega molto a scoprire l’orrenda verità, eppure come altri protagonisti di Gaiman che si trovano intrappolati in altri mondi (mi vengono in mente Helena del sottovalutato film MirrorMask o il sempre valido Richard Mayhew di Nessun Dove) non si lascia sopraffare dalle circostanze, ma anzi vivendo l’impossibile riesce a sopravvivere e a crescere.
Il tutto è accompagnato dalle grottesche e terrificanti illustrazioni di Dave McKean, spesso socio di Gaiman e insostituibile complemento delle sue narrazioni.
Forse la magia di questo scrittore, più di ogni altra cosa è la capacità di evocare e trasportarci nei mondi da lui creati.

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apr 20 2008

MirrorMask

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Helena Campbell è un adolescente che lavora svogliatamente come acrobata presso il piccolo circo gestito dai genitori:quando la madre, con la quale ha un rapporto conflittuale, si ammala gravemente, Helena trascorre la notte che precede la delicata operazione in un mondo alternativo, nato dalla sua fantasia, che prende vita durante il sonno. Tra realtà e fantasia, la ragazza compie il viaggio che la porterà a diventare grande e a salvare il reame in pericolo…

Questo film è stato paragonato da molti al famoso Labyrinth o anche a una versione dark di Alice nel paese delle meraviglie. Io trovo che il paragone è fuori luogo e comunque sintomo di una conoscenza superficiale di Neil Gaiman.
In realtà MirrorMask è confrontabile con un’altra opera di Gaiman, ossia la miniserie TV Neverwhere da cui fu tratto il noto capolavoro dell’autore: Nessun dove. Visivamente la pellicola è anche cugina dell’inquietatante e meraviglioso Il labirinto del fauno di Guillermo del Toro.
Che le situazioni paradossali che investono Helena nel corso della sua avventura onirica siano proprie del marchio made by Gaiman, non c’è alcun dubbio, il tutto è supportato dai disegni e la scenografia (quasi totalmente digitale) dell’artista Dave McKean, già copertinista del cult The Sandman, che qui scatena la sua vena surreale.
A parte lo stile narrativo di Gaiman e le visioni di Mckean però MirrorMask resta un esperimento riuscito a metà.
Dignitosi gli attori, aderenti ai ruoli e intriganti alcune trovate , ma in fondo la storia risulta nella sostanza semplice e banale.
Ho seri dubbi che il target di pubblico sia rivolto ai bambini o agli adolescenti, qualità accumunante di quasi tutti i lavori favolistici di Gaiman. In questo MirrorMask è affine al romanzo Coraline, dove il mondo della fantasia onirica e infantile assume tratti terrificanti. Il film si rivolge quindi piuttosto agli adulti che sono ancora capaci di farsi rapire dagli altri mondi, che riescono a sospendere l’incredulità.

Come bonus la scena più riuscita del film: (They long to be) close to you di Burt Bacharach fa venire i brividi nel mondo onirico di Helena!

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apr 15 2008

Bilancio elettorale

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E’ chiaro che io ho un’opinione in merito al risultato di queste elezioni. Ho pure litigato con qualcuno per questo.
Dare degli ingenui o stupidi al 47% di coloro che hanno votato però appare improbabile, quindi mi limiterò a spendere qualche parola sul fatto che è emerso un dato interessante da queste elezioni: la concentrazione dei voti maggiormente in due schieramenti (e per uno come me che, come forse saprete, crede nel bipolarismo anglosassone è un grande risultato che fa sperare bene) e la disfatta dei partitini inutili (non me ne vogliano amici e conoscenti che hanno votato per la SA e simili), sono comunque segnali positivi nel pantano che la legge elettorale di Berlusconi ha provocato.
Meno contento delle priorità esplicitate dal venturo Presidente del Consiglio, sinceramente l’Italia ha bisogno di altro, a partire dalla riforma elettorale. Si sapeva però il risultato sarebbe stato questo e ho la matematica certezza che questa legislatura peggiorerà la situazione italiana (già grave).

In ogni caso, per quanto non ami l’Italia della politica e degli intrallazzi, non me la sento ancora di scappare in Spagna come qualcuno ha ventilato (forse in Scandinavia… ;) ), se incominciano a scappare tutti che fine faremo?

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apr 11 2008

Dove sono?

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Chi segue questo blog sa che non ho l’abitudine di parlare di politica (anche se è chiarissimo che la penso come la maggior parte degli italiani sui nostri “rappresentanti”).
Le scorse elezioni non mi sono sentito in colpa per essermi astenuto, d’altronde trovo assurdo la filosofia del “meno peggio”, “votare il male minore” etc etc (sul “male minore” c’è qui ha creato qualcosa di esilarante).
Semplicemente non voto chichessia, se non mi sento rappresentato.
Questa volta la situazione è un po’ diversa e ho deciso di andare alle urne, ma non starò qui di certo a dirvi per chi voto (ché per fortuna il voto è ancora segreto).
Volevo solo mostrare la figura qua sopra, esito del test voisietequi.
Intanto è da notare come in realtà io non coincida con alcun partito italiano. Mi avvicino in distanza a malapena a PS, PD e Di Pietro. Immagino che questo mi collochi a sinistra.
Ma non lo ritengo comunque un quadro esaustivo su di me.
Sarò anche un caso limite, ma forse è anche sintomo di qualcos’altro: forse i politici nei loro programmi non toccano esattamente tutti i temi che mi stanno a cuore. Molto grave.

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apr 04 2008

L’eleganza del riccio

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L’eleganza del riccio
Muriel Barbery

Edizioni E/O, 18 €

Siamo a Parigi in un elegante palazzo abitato da famiglie dell’alta borghesia. Ci vivono ministri, burocrati, maîtres à penser della cultura culinaria. Dalla sua guardiola assiste allo scorrere di questa vita di lussuosa vacuità la portinaia Renée, che appare in tutto e per tutto conforme all’idea stessa della portinaia: grassa, sciatta, scorbutica e teledipendente. Niente di strano, dunque. Tranne il fatto che, all’insaputa di tutti, Renée è una coltissima autodidatta, che adora l’arte, la filosofia, la musica, la cultura giapponese. Cita Marx, Proust, Kant… Dal punto di vista intellettuale è in grado di farsi beffe dei suoi ricchi e boriosi padroni. Poi c’è Paloma, la figlia di un ministro ottuso; dodicenne geniale, brillante e fin troppo lucida che, stanca di vivere, ha deciso di farla finita (il 16 giugno, giorno del suo tredicesimo compleanno, per l’esattezza). Fino ad allora continuerà a fingere di essere una ragazzina mediocre e imbevuta di sottocultura adolescenziale come tutte le altre, segretamente osservando con sguardo critico e severo l’ambiente che la circonda.
Due personaggi in incognito, quindi, diversi eppure accomunati dallo sguardo ironicamente disincantato, che ignari l’uno dell’impostura dell’altro, si incontreranno solo grazie all’arrivo di monsieur Ozu, un ricco giapponese, il solo che saprà smascherare Renée.
Le pagine scivolano leggere fra i dotti rimandi e la lingua forbita di Renée e il parlato acerbo di Paloma, mentre l’ironia pungente non risparmia l’ipocrisia imperante nei quartieri chic. Quando ci s’imbatte in tale miscela di leggerezza e umorismo, cultura e profondità, è un piccolo miracolo.

L’eleganza del riccio è un libro apparentemente semplice che cela diversi livelli di lettura. Il primo, superficiale, ha portato alcuni a disprezzarlo e altri a fraintenderlo. Eppure non c’è snobismo o pedanteria, non c’è intenzione di sminuire il lettore e di ridurlo a spettatore ignaro e passivo.
Certamente lo studio della filosofia aiuta a comprendere alcni passaggi in maniera più completa, giacché la Barbery ha la tendenza di esporre le proprie istanze filosofiche per bocca delle sue protagoniste che a volte sembrano la personificazione dell’autrice più che il loro personaggio.
Il succo però è che la Barbery vuole sottolineare come la cultura sia alla portata di tutti, se si ha la volontà di perseguirla, e non solo appannaggio di accademici paludati. Non è quindi snobismo, tutt’altro. Anzi dietro alle persone più insospettabili può celarsi una persona colta.
Forte quindi è il tema della maschera assunta dalle due protagoniste. Una si cela sotto l’apparenza dello stereotipo più classico della portinaia, sciatta e ignorante, dedita alla televisione e non troppo sveglia. All’altra, una dodicenne assai precoce, il gioco riesce più difficile in quanto celare la propria intelligenza, ridurla a standard normali è impossibile.
Questo porta Paloma alla constatazione della mediocrità della propria famiglia e combattuta tra la sua maturità mentale e il classico disagio adolescenziale, decide di farla finita portando con sé le certezze materiali dei mediocri genitori.
A svelare entrambe non a casa sarà un ricco e colto giapponese. La maschera infatti è un tema dominante della società nipponica.
Saranno quest’ultimo e Reneè la portinaia a introdurre Paloma a un mondo diverso.
La narrazione è divisa tra le voci delle due donne, l’una in prima persona, l’altra sotto forma di diario. Il risultato è un romanzo ricco di significati e di delicate sensazioni che si legge d’un fiato.

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