apr
26
2007
Già bel viaggetto comandante… Su questa chiatta nonostante tutto non mi sento al sicuro. Quella foresta lussureggiante pullula di chissà che cosa. E nonostante la mia veneranda età, finalmente provo qualche vero brivido. Che esseri strani che siamo, vivi solo quando andiamo incontro al pericolo.
«Mi spiace dirvelo ragazzi, niente navette. Il compito di costruire le infrastrutture di collegamento era assegnate alla squadra scomparsa.»
«E farci calare direttamente sulla foresta, classica operazione di recupero?» obiettò Matteo, che era anche l’esperto tattico e di sopravvivenza. Non più di noi tutti, ma con qualche marcia in più.
Nelson scosse la testa: «No Mat, ci hanno reso la vita difficile all’Alto Comando. Non vi mentirò: le possibilità di ritrovarli vivi sono scarse. Ci mandano là per recuperare i dati e le attrezzature, quegli stronzi.» Borbottii di disapprovazione.
«Silenzio! La cosa non mi piace, ma questi sono gli ordini. Ci hanno richiamato da Alpha, quindi sanno che siamo i migliori, ok? Detto personalmente, il vero motivo per cui ho accettato, anche se di malavoglia, è perché voglio ritrovare Rawson o almeno quello che resta, per riconsegliarlo a Patricia, va bene?» puntare sul cameratismo è stata una buona mossa, gli altri si sono zittiti all’istante, anche se gli sguardi erano pensosi.
«Ci muoveremo su una chiatta militare tattica, armata e corazzata e dotata di una stiva di carico sufficiente a recuperare e riportare indietro uomini e attrezzature. Dai rapporti inviati dalla squadra, prima della perdita dei contatti, è chiaro che il fiume di per sé non rappresenta rischi. Qualunque cosa è successa, è avvenuta al campo base»
«Scansioni dell’area?» ha chiesto Cheng con serietà professionale.
Ancora Nelson ha scosso la testa «Neanche a parlarne, la zona è soggetta a qualche tipo di interferenza elettromagnetica, nessuna radiazione naturale dannosa per noi, ma ci renderà difficili le comunicazioni. La squadra aveva installato un ripetitore che trasmetteva direttamente in orbita. Le foto aree non dicono molto: il campo è vuoto.»
apr
25
2007
«Bene, non meniamoci troppo le palle, abbiamo una missione da compiere e non sarà una scampagnata, ma immagino che lo avevate capito già da voi» il comandante è un uomo piuttosto rude, classico clichè del duro. In realtà da quello che ho visto in questi giorni è un ufficiale capace e ben conscio delle proprie responsabilità. Gli piace solamente usare quel linguaggio duro e a tratti sgrammaticato, forse per fare scena.
«Come sapete questo bel pianetino è stato scoperto poco più di un anno fa, all’inizio credevano che il sistema fosse utile solo come nodo di raccordo con quelli più esterni…ma poi sopresa!» mentre ci ricordava brevemente i fatti sullo schermo alle sue spalle scorrevano i diagrammi del sistema di Epsilon Eridani.
«Mettiamo subito in chiaro un cosa: non siamo la prima squadra che va là dove stiamo per andare. Questa sarà una missione di recupero. Il punto è che chi ci ha preceduto non trasmette più rapporti da una settimana, qui entriamo in gioco noi…» Volti impassibili, questi uomini sarebbero pronti ad andare all’inferno se glielo ordinassero. Sullo schermo è apparsa la scheda di un ufficiale di alto grado.
«Questo è il colonnello Rawson, il comandante della squadra. Un maledetto eroe. I grugni hanno sparato l’ipotesi che sia successo qualcosa alla sua testa. Io ci credo poco, ho prestato servizio sotto di lui» e ha lanciato un’occhiata di minaccia a tutta la squadra.
«Qui entra in gioco Lacombe. Io credo che abbiano fatto brutti incontri» Non erano necessari ulteriori commenti. Sullo schermo è apparsa la carta che rappresentava il viaggio della squadra di Rawson. «E ora vediamo un po’ che viaggetto dobbiamo fare»
apr
24
2007
Il fiume scorre lento e placido. Mi ricorda il Rio delle Amazzoni e anche la rigogliosa foresta che lo abbraccia sembra la foresta pluviale brasiliana. La chiatta sta risalendo questo imponente corso d’acqua da ormai una settimana. Nel corso di questi giorni ho avuto modo di fraternizzare con le persone che compongono la squadra. C’è Cheng, l’addetto alle comunicazioni, un sino-caucasico alto e atletico. E’ una persona di poche parole, ma preciso e competente. A ricordarmi che non è un semplice tecnico è quel coltello lungo una spanna agganciato alla sua cintura.
Poi Andrew, Jorge, Matteo e il comandante Nelson. Sono tutti uomini temprati dall’esperienza e dalle circostanze. E’ una buona squadra.
E poi Jean Claude Lacombe, il nostro esobiologo. Quando il primo giorno sul pianeta il comandante ha annunciato che si sarebbe unito alla squadra, sono emersi borbottio e occhiatacce d’intesa tra di noi. Ci aspettavamo la solita palla al piede, il classico studioso da campo, abile in ambienti ostili, ma per nulla avvezzo alla vita militare o alla missioni di recupero. Ci stavamo chiedendo seriamente a cosa ci servisse quest’uomo, quando è entrato dalla porta del container. Un tizio alto quasi due metri, con i muscoli che gli esplodevano da sotto la maglietta tirata. Quello non era un biologo, quello era uno dei reparti speciali! Lui non ci ha dato spiegazioni, ma appena l’abbiamo visto ci siamo convinti che tutto era quell’uomo, tranne che una palla al piede.
Il comandante ha quindi iniziato subito il briefing sulla missione.
(continua)
apr
20
2007
Domani verrò imbarcato sulla nave diretta a Nuova Oceania. Sono stato riassegnato con successo grazie al mio contatto dello stato maggiore della marina spaziale, in completa segretezza e con motivo plausibile per il capitano dello squadrone con il qualche sono arrivato su Alpha, che è stato ben felice di firmare le carte di passaggio.
Nella nuova squadra invece sono stato accolto in modo migliore, anche grazie alle false credenziali che ho costruito: uno stato di servizio ottimo e note di merito di comandanti che non ho mai conosciuto. Chiunque accedesse alla rete informatica della marina non scoprirebbe che altre informazioni a supporto di questa falsa identità. L’ho costruita con cura, nei mesi precedenti alla mia decisione di partire.
Un mistero aleggia sulla missione e la cosa non fa che aumentare la mia eccitazione. Immagino che per i miei nuovi commilitoni sia fonte di preoccupazione. Invece io, con i miei settecento anni sulle spalle, vedo in tutto questo un piacevole diversivo. Se sorgesse qualche problema, potrei dare un supporto incalcolabile a questi uomini, che mi hanno già conquistato con la loro vitalità.
apr
19
2007
Ho chiuso temporaneamente tutti i miei affari sulla Terra e le colonie e tramite i miei contatti nell’esercito mi sono creato una falsa identità, come tenente della marina spaziale Robert Blake. Mi sono fatto assegnare alla prima missione in partenza per Alpha Centauri, dove un altro mio contatto mi dirotterà su una missione di supporto diretta a Nuova Oceania. Non mi importa quale missione possa essere, non ho difficoltà a farmi passare per un militare, ricevere ordini non disturba certamente il mio orgoglio e impartirne non è mai stato un problema. Il capitano dello squadrone cui sono stato assegnato è un bravo ufficiale, ma diffidente come sempre con i nuovi arrivati, come me in questo momento. Non dovrò guadagnarmi la sua fiducia in modo particolare, perché presto sarò di nuovo in partenza, anche se non posso rassicurarlo per non fargli mangiare la foglia.
Dovermi mischiare agli uomini, a questi soldati, ha un sapore inaspettato. Mi sono allontanato molto dal contattato delle persone, specialmente negli ultimi due secoli. Ero preso dal mio ruolo e dalla sua segretezza che ho dimenticato cosa volesse dire condividere la propria vita con altre. Ora capisco che questo viaggio mi sarà utile non soltanto per abbracciare una veduta più ampia dell’universo che ci si spalanca davanti, ma anche per rientrare in contattato con la mia umanità.
Lasciati i miei impegni ho cercato di godere dei vantaggi di questa strana libertà condizionata. La vita del soldato, così dura, per me è una fonte di svago. Perché posso pensare solo a questo e alla conoscenza e accantonare il peso dell’umanità per qualche mese.
Ieri durante la licenza, ci è stata data libertà di movimento illimitata sulla stazione. Alpha è un mondo con una sottile atmosfera e tre soli flebili che la illuminano. Questo ci ha costretto a costruire una base chiusa, nuovamente come su Marte e le lune del sistema solare. Non che mi aspettassi di avere successo al primo colpo. Ho dovuto accantonare il pensiero che in realtà tutto questo mi appartiene. Possiedo le società che hanno in appalto la costruzione e la gestione della colonia. Ho ricacciato quel pensiero e ho cercato di guardare con occhi umani, pieni di meraviglia per questo primo passo nello spazio profondo.