gen 13 2008

Capitolo I: Mercanti e schiavi (1)

Published by Zeruhur at 14:48 under capitolo 1

La brezza spirava salmastra dal porto antico, fin su attraverso le strade tortuose che conducevano alla piazza principale. Quel giorno era attraccata una nave di terre lontane, un lungo viaggio l’aveva condotta ai confini del mondo per trasportare il suo prezioso e richiesto carico: avorio dal Vishuur, seta del Kithar, spezie dal Gongodar… Solo i più ricchi potevano permettersi tali lussi. I gabbiani volteggiavano sopra gli alberi delle navi e all’orizzonte sopra la distesa azzurra e immensa in cerca di gustoso pesce. Il porto era stato costruito in ere antiche, ma dopo secoli e millenni restava sempre operoso e gremito di velieri e imbarcazioni di ogni tipo che tutte le mattine attraccavano portando al mercato beni lussuosi o semplice e delizioso pesce pescato la notte precedente. Da ogni dove giungevano in città, per commerciare al mercato permanente dalle ricche e colorate bancarelle. Da queste si sprigionavano sublimi aromi d’ogni sorta: cannella, incensi… e perfino la frutta e i fiori emanavano profumi da lontano. Per le viuzze ancor più ristrette dal mercato, sull’acciottolato, persone di ogni ceto passeggiavano in cerca di un buon affare: nobili sulle portantine accompagnati da piccoli eserciti di servi, ricchi mercanti dalle fluenti, colorate e profumate vesti a volte di foggia esotica e infine semplici popolani dalle tuniche scolorite e logore e perfino accattoni cenciosi e puzzolenti in cerca di carità.
Il mercato si estendeva per circa seimila passi, dalla grande piazza che si affacciava sulle banchine del porto e seguendo la tortuosa via ascendente verso la piazza del Grande Tempio del dio Kranuth. Nei tempi antichi, prima che Krisnath il Conquistatore fondasse con le armi e il sangue l’Impero di Anhover, molti erano gli dei venerati nei Regni Antichi. Di quei regni e di quegli dei era stato cancellato il nome. Krisnath impose il ferreo culto dell’Unico Dio Kranuth. Dopo tremila anni non era ancora chiaro se Kranuth fosse il dio protettore del misterioso popolo del tiranno o la rappresentazione del sole o la divinizzazione dell’imperatore stesso. I due nomi stessi erano molto simili e si dava quasi per certo che il vero nome di Krisnath fosse un altro.
Quando tuttavia la stirpe di Krisnath si spezzò e dopo lunga lotta intestina i Nubris salirono sul trono, la tolleranza religiosa era stata restaurata. Ma il culto di Kranuth gettava ancora la sua ombra ed era ancora di vigore e potenza, soprattutto nelle città più antiche, come appunto il porto di Nirot, dove il Grande Tempio era centro di riferimento sia religioso che politico. Non a caso il mercato congiungeva il porto e il Tempio: la ricchezza e lo spirito, il mare e il cielo.
In quello stupendo giorno di sole e brezza, Kirrian aveva optato per godersi il mercato anziché le lezioni di magistro Zoreck. Non riusciva a ritenersi fortunato, a sedici anni compiuti, di avere il grande privilegio di usufruire di un’istruzione, quando molti alla sua età erano considerati già uomini fatti, spesso con una famiglia propria a carica e un lavoro. Non capiva nella sua viziata arroganza che la vita per i ceti meno abbienti era un inferno quotidiano di lotta per la sopravvivenza.
Si era sempre vestito di abiti preziosi e cosparso dei profumi più rari. Suo padre, forse nel tentativo di supplire alla perdita della moglie, lo aveva viziato oltre ogni dire. Anagraficamente Kirry poteva forse definirsi un uomo, ma non ne dimostrava affatto la maturità.
Mal sopportava le lezioni private di Zoreck, così quella mattina di buon ora era uscito di caso prima che l’insegnante bussasse al portone. La servitù non aveva fatto caso a lui, abituato alle intemperanze del ragazzo, mentre suo padre era uscito all’alba per condurre i suoi affari quotidiani alla Loggia dei Banchieri.
Molto spesso Kirrian aveva saltato le lezioni e benché Zoreck avesse sempre fatto presente al padre le negligenze del giovane, il maturo banchiere non aveva mai cercato di rimproverare il figlio, ben sapendo che sarebbe stato del tutto inutile.
Kirry passeggiava nella calca del mercato, schivando i passanti e gli acquirenti, fermi a contrattare, incurante del fatto che i suoi ricchi abiti potessero destare l’attenzione di qualche malintenzionato.
Gli scippi erano all’ordine del giorno e le scarse guardie cittadine erano insufficienti per mantenere l’ordine o addirittura proteggere i ricchi e i nobili. Per questo solitamente le portantine erano accompagnate, oltre che dai servi, anche da guardie armate private, mercenari esperti, spesso ex-soldati caduti in disgrazia, ma fedeli ai signori che garantivano loro protezione e un lauto stipendio in monete d’argento. Capitava ovviamente che alcuni di essi tradissero il proprio signore. Di rado però si facevano complici di sequestri, perché questo comportava grande disonore perfino per un mercenario stipendiato. Oltre tutto erano un vera imprudenza aggirarsi per la città senza protezione.
Kirry d’altronde era uno spavaldo ed imprudente giovane che pensava di non attirare l’attenzione e anzi scioccamente credeva di poter tener testa ad un eventuale aggressore, forte delle lezioni di lotta e scherma che seguiva sin da quando era bambino.
Tuttavia la sua mancanza di disciplina non gli aveva permesso di potersi iscrivere all’accademia militare, come aveva sempre sognato. In realtà Kirry sospettava che dietro al rifiuto dell’accademia ci fosse la mano del padre che era riluttante ad allontanare il giovane da casa. Questo era stato uno dei rari motivi di attrito da padre e figlio e da quel momento Kirry aveva sempre più spesso disubbidito in segno di ripicca e suo padre, forse perché si sentiva colpevole, non aveva più cercato di mondare il carattere ribelle del figlio.
Il mercato non molto spesso era teatro di isolati casi di violenza inaudita e inaspettata. Erano momenti di puro terrore per passanti e mercanti che si ritrovavano catapultati in uno scenario di sangue e ferocia repentini e incontrollati. Era facile capire quando questo accadeva. Rari erano i casi in cui la folla si disponeva a cerchio attorno ad una bancarella e solo due potevano essere i motivi possibili: l’esibizione di un musico, di un giocoliere, di un saltimbanco o un grave accadimento.
Kirry non era stato molto fortunato quel giorno. Aveva scelto l’ora sbagliata per recarsi di nascosto al mercato, pagando per la prima volta per la sua stupidità. Poco passi d’innanzi a lui infatti la folla aveva fatto cerchio tenendosi lontana, spaventata, dalla ricca bancarella di tessuti di un mercante dagli abiti vistosi, spaventati ma al contempo incuriositi. Incurante del potenziale pericolo e anzi curioso di vedere cosa avesse spinto gli astanti a tenersi lontani dal banchetto, si fece strada nella calca quasi a spintoni e si ritrovò in prima fila, ai confini del cerchio umano. Davanti a lui, a meno di cinque metri, un uomo scuro, dalla corporatura robusta e muscolosa e dalla notevole altezza minacciava il pavido mercante. Era sicuramente originario delle savane del Vishuur: la pelle scura, color ebano, l’altezza superiore alla media, il corpo poderoso anche se per nulla appesantito, denunciavano la sua stirpe. Da dove si era posizionato, Kirrian riusciva perfino a vedere i dettagli del volto truce: gli occhi color ghiaccio penetranti e minacciosi, la linea del viso snella ma dalla massiccia mascella, la testa completamente rasata, liscia e quasi lucida alla luce del sole. Non aveva ancora pronunciato una singola parola e la sola presenza non presagiva nulla di buono. Era immobile e statuario e questo già bastava ad incutere un timore inspiegabile ma profondo in tutti gli astanti, Kirry compreso. Non osava immaginare cosa provasse dentro di sé il piccolo mercante grassoccio, inanellato con ricche pietre e vestito di profumate sete, sicuramente provenienti dal Kithar. Ma il suo volto deformato dal terrore lasciava trasparire tutte le emozioni che in altro modo non riusciva ad esprimere. La voce gli si era strozzata in gola.
Il silenzio era l’unico suono che aleggiava nell’aria e nel raggio di parecchie decine di metri. La folla dei curiosi era aumentata, paralizzando il mercato, collocato come era in quella stretta via. Tutti temevano il peggio o almeno era quello che si leggeva sui volti. Alcuni erano paralizzati come e più del mercante, altri mostravano indifferenza e infine altri ancora quasi divertimento o forse pietà per il destino incerto del grassone. Ovviamente della guardia cittadina non c’era la benché minima traccia.
Kirry ancora non sapeva cosa fosse successo per irritare il vishuuriano. Era arrivato a fatto già compiuto e aspettava che uno dei due interessati parlasse per capire la natura del litigio. Non si aspettava certo e forse ingenuamente la reazione del nero. Reazione che invece i cinici disincantati davano quasi per scontata.
Con una voce limpida, calcolata ma minacciosa, incredibilmente assolutamente priva di accento, il vishuuriano pronunciò le sue uniche parole:
«Cane! Questa non era la cifra pattuita per le tue sete, vile e grasso maiale.»
Con un gesto impercettibile, repentino e fulmineo, il nero estrasse la lama ricurva dal fodero e con un singolo gesto preciso, tagliò di netto la testa del mercante. Tanto la lama era affilata e il colpo preciso, che la testa non cadde subito ma qualche attimo dopo che il nero aveva rifoderato la spada. Un filo di sangue colò dalle labbra del mercante, il tempo necessario a rendersi conto della propria orribile fine. Poi il capo cadde a terra e il corpo si afflosciò senza vita. Poi la testa incominciò a rotolare finendo esattamente ai piedi di Kirry. L’espressione sbarrata degli ultimi istanti di vita lo fissò dal basso.
Non riuscì a contenersi: vomitò tutta l’abbondante colazione di poche ore prima praticamente sulla testa mozzata e si accasciò al suolo. Era quasi sul punto di perdere i sensi. L’ultima cosa che vide era la chiazza di vomito mista al sangue che usciva copiosa dalla testa mozzata. Ma prima che potesse davvero svenire, qualcuno in mezzo alla folla gli inferì un colpo violento alla testa facendogli perdere i sensi. Poi nella confusione generale delle grida e dello sgomento del momento precedente, venne trascinato nell’oscurità del vicolo più vicino.

3 responses so far

3 Responses to “Capitolo I: Mercanti e schiavi (1)”

  1. harionon 14 gen 2008 at 14:09

    ….mah, già finito???
    Certo che iniziamo subito con violenza, eh?? XD ci catapulti subito al centro dell’azione ;) certo, un capitolo è troppo poco per esprimere un giudizio complessivo, ma ti posso assicurare che per ora non è male. L’unica cosa che ti consiglierei di fare è accorciare alcune frasi, sono troppo lunghe e piene di virgole (stesso mio difetto =__=)
    I nomi li hai inventati tu? Curiosità maniacale :D mi ricordano divinità egizie O_o’
    Ma hai già altri capitoli pronti o scrivi man mano?
    Comunque se vuoi faccio copia/incolla del capitolo e entro una settimana ti rispedisco tutto con gli errori segnalati o cose da aggiustare, secondo il mio parere ovvio! Io faccio così con le mie due amiche: copiano su word, evidenziano in rosso i problemi grammaticali (eh,lasciamo perde va, c’ho il terrore), mettono la correzione tra parentesi e mi rispediscono tutto!
    Se ti può far piacere…e non ti offende…io sono qui!! Atrimenti che razza di aiuto darei??

  2. Zeruhuron 14 gen 2008 at 14:20

    No ari, il numero tra parentesi che ci sta a fare? :P
    è un terzo di capitolo! (sul web proporre testi lunghi è un suicidio)
    Il mio stile è questo, le frasi brevi e corte mi fanno venire il singhiozzo e se posso dire la mia ti consiglio di non sforzarti a cambiare stile neanche tu. Ma chi ti ha detto che è un difetto?! Nessuno ha prescritto la lunghezza delle frasi o la quantità di incisi mi pare. La mia formazione umanistica ha influito, a forza di tradurre versioni alla fine ho preso il modo latino di strutturare le proposizioni.
    Io ci sguazzo nelle descrizioni, la moda di lasciare tutto sottinteso e facile facile…lasciamola a quelli scarsi ;)
    Mentre la storia degli errori mi inquieta, questa parte è già passata sotto tre revisioni di persone diverse T_T quindi le aspetto, grazie

    avverto subito così chi vuole smette subito: ho la tendenza a inserire molte descrizioni, soprattutto etnografiche, se la cosa disturba non continuate è meglio ;)

  3. harionon 14 gen 2008 at 15:07

    Anche io adoro le belle descrizioni! Mi piace la sensazione che, leggendo, il lettore debba guardarsi a destra e sinistra per scoprire tutto quello che lo circonda! Mi hanno sempre criticata per il mio stile trooooppo contorto (sul fatto che mi dilungo, che il lettore deve conoscere la mia psiche per addentrarsi nella storia ecc ecc), quindi mi sono autoconvinta che niente di quello che scrivo è un granché…comunque per gli errori io non ne ho visti, alla prima lettura, e lo dicevo perchè magari pensavi che il mio commento fosse troppo superficiale (scusa, sono un po’ complessata)! Per qualsiasi cosa mi trovi tu-sai-dove!
    E non voglio cambiare il mio stile, alla fine io scrivo così non è che si cambia da un giorno all’altro XD idem per te, immagino!!
    Continua così, ok? Ooops, che vuol dire che pubblicare testi lunghi è un suicidio? Io vorrei pubblicare capitoli interi O_O

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