apr 30 2007
Casino Royale

Dopo essersi guadagnato due zeri e la licenza di uccidere James Bond, alle origini della sua carriera, è sulle tracce di Le Chiffre, uno spregiudicato banchiere che finanzia organizzazioni terroristiche. L’intervento di Bond manda all’aria i suoi piani, sventando un attentato ai danni di una compagnia aerea. Le Chiffre si ritrova così in debito e in imbarazzo con un misterioso signore della guerra africano, per saldare il conto organizza un’esclusiva partita a poker al Casino Royale nel Montenegro. Finanziato dal governo e controllato dall’affascinante contabile Vesper Lynd, Bond è tra i dieci ricchi partecipanti che gareggiano per il piatto milionario. Sopravvissuto a una lunga notte di bluff, strategie, inseguimenti, avvelenamenti e torture, sarà l’amore a piegare l’agente britannico e a condizionarne il destino sentimentale.
Genesi di 007. Dopo aver mandato in pensionamento (non anticipato) il bravo ma del tutto inadatto Pierce Brosnam (qui pioveranno dure reazioni, mi immagino), Martin Campbell riprendere la serie a distanza di dodici anni da quel Goldeneye, per certi versi innovativo e fuori canone. Una strada che poi i registi dei tre film successivi non sono riusciti o non hanno voluto seguire.
All’inizio del film Bond è un rozzo, ma capace agente dell’IM6, senza ancora la licenza doppio zero. Una volta conquistata sul campo, per la prima volta dopo anni lo vediamo investigare seriamente, seguendo tracce e inseguendo criminali con acrobazie degne di Prince of Persia. L’azione non manca in questo film, ma è ben calibrata. A un punto della storia l’investigazione lo porta a dover sfidare Le Chiffrè, banchiere dei terroristi, a una partita a poker con altri otto giocatori al prestigioso Casinò Royale, in Montenegro. Qui l’unità di azione diventa praticamente il tavolo da gioco, in una serie di partite, permettetemi l’impietoso confronto, il cui pathos raggiunge i livelli di quelli dei due Natali di Avati.
Questo film parla quindi della nascita della spia che conosciamo, già avvezzo a auto sportive di lusso e martiti agitati ma non mescolati e tuttavia ancora un fascino grezzo. Bravo Daniel Craig (non gli avrei dato una lira a vederlo nelle foto promozionali) e brava soprattutto Judi Dench, che finalmente con alle spalle una solida sceneggiatura non è più la nonna papera dei film precedenti ma un capo dell’IM6 con le palle. Giannini piuttosto inconsistente a mio parere, mentre l’incantevole Eva Green dimostra di sentirsi più a suo agio tra abiti di lusso (o a Gerusalemme AD 1187) che non tra i cinefili sessuomani di Bertolucci.







Ottimo il commento sui cinefili sessuomani^^. Anche se devo ammettere che il lato sessuomane (80%) di the dreamers non mi era dispiaciuto affatto
.
questo film mi è piaciuto tantissimo, e più volte (tipo all’uscita di Craig dal mare per esempio) il gonzorte ha dovuto tenermi altrimenti avrei leccato lo schermo, non ho scusanti..
a presto, gonzabassa
@gonzabassa: lol (e non dico altro)