Project atto terzo e si parla della caducità dell’uomo. Risulta subito chiaro che il concept dell’album è rivolto alle grandi civiltà che cadono. Se non fosse sufficiente il titolo stesso, Pyramid, riferito al grande impero egizio, ogni dubbio è fugato dal ritornello di What Goes Up (canzone di apertura subito dopo la classica strumentale Voyager, forse un riferimento alla coppia di sonde spaziali che in quegli anni erano in rotta per il sistema solare esterno). Il ritornello recita: “what goes up, must come down, what must rise, must fall” e più avanti prosegue:
How can you be so sure?
How do you know what the earth will endure?
How can you be so sure?
That the wonders you’ve made in you life
Will be seen
By the millions who’ll follow to visit the site
Of your dream?
(Come fai a essere certo? Come sai che la terra durerà? Come fai a esserne certo? Che tutte le meraviglie della tua vita saranno viste dai milioni che seguiranno e visiteranno i siti dei tuoi sogni?)
E’ chiaro che il leit motiv dell’album sia come le cose umane reggano alla prova del tempo. Si parla di siti e di meraviglie, un chiaro riferimento ai faraoni egizi, che seguendo i propri sogni di eternità hanno eretto dei monumenti di incredibilità maestà (ironicamente la strofa può essere più riferita ad un dubbio interiore del faraone che al monito di qualcuno, anche perché effettivamente le piramidi hanno retto la prova del tempo e della memoria). Mentre The Eagle Will Rise Again è una bellissima ballad supportata dalla voce di Colin Blunstone, One More River all’inno di “Don’t look back cause there’s one more river” (non guardarti indietro perché c’è un altro fiume [da attraversare]) torna al tema dell’album sulla questione della linearità del tempo, del non ritorno. E’ una canzone tipicamente parsoniana (con questo aggettivo mi riferisco al Project e non alla persona di Alan Parsons) musicalmente ricca ed eclettica, sebbene dal testo piuttosto ripetitivo. Can’t Take It With You è un chiaro riferimento all’impossibilità di portare con sé le cose terrene nell’aldilà “But the boatman won’t be waiting and he’s leaving here with you” (ma il traghettatore non aspetterà e ti lascerà lì con esso). E’ un chiaro riferimento a Caronte, ma anche un monito alla contingenza dell’essere umano e delle sue opere, ma soprattutto sull’accumulo della ricchezza e dei beni superflui. Dopo la strumentale The Laps Of Gods (siamo sempre in Egitto, ricordiamocelo), che richiama il tema inziale di Voyager e che è ammantata da un’aura di solennità (la costruzione delle piramidi?) ecco la folle Pyramania. E’ una canzone particolarmente arguta che senza una lettura attenta del testo risulterebbe buffa e ripetitiva. In realtà è una critica spietata all’uso della piramide nelle dottrine new age:
I’ve consulted all the sages,
I could find in the yellow pages,
But there aren’t many of them…
And the mayan panoramas
On my pyramid pajamas
Haven’t helped my little problem.
(ho consultato tutti i saggi, l’ho cercato nella pagine gialle, ma non ce ne sono molte… e i paesaggi maya sul mio pigiama a piramide non hanno aiutato i miei piccoli problemi!)
Segue la bellissima strumentale elettronica Hyper-Gamma-Spaces che insieme a Voyager richiama il viaggio spazio-temporale, non solo delle sonde in senso stretto, ma anche metafisicamente parlando dell’uomo. E’ un pezzo piuttosto famoso, purtroppo orrendamente remixato qualche anno fa (spero di non sentirlo mai più in quella versione). Infine la stupenda Shadow Of A Lonely Man. E’ il faraone a parlare attraverso la voce intensa di John Miles. L’uomo più potente del regno alla fine della sua vita è l’ombra di ciò che era, la vecchiaia ormai l’ha preso ed è un uomo solo: il potere l’ha logorato e isolato dal resto del mondo. A cosa è servito? Perché ricordiamocelo: “ciò che sorge, deve cadere”.