Apr
30
2007
Premetto che per me Jane Eyre si è rivelato un capolavoro. Non da entrare nella mia personale top ten, ma è subito sotto. E’ impossibile non restare affascinati da un personaggio come Jane. Alla sfrontatezza (direi anzi alla maleducazione) delle prime pagine, che comunque rivela il suo fortissimo carattere, si contrappone l’equilibrio, la sicurezza del resto del romanzo. Jane è una figura complessa e affascinante e, manco a volerlo dire, per nulla vittoriana. Non corrisponde minimamente all’archetipo (per me indigesto) della damina di compagnia o della grande signora della casa cui la cultura vittoriana vorrebbe che corrispondesse la visione della donna.
Forse potrebbero sembrare un po’ forzati i tonfi e i trionfi della vita di questa eroina letteraria, ma la Brontë ha uno stile asciutto e scorrevole e le si perdona qualche forzatura nell’intreccio. Anche perché la psicologia dei personaggi è davvero affascinante, da un lato Jane e dall’altro il suo contraltare che è Rochester. Un uomo perfettamente umano, che riconosce egli stesso i propri errori, eppure arrivati al momento della rivelazione, che dovrebbe consacrarlo come il satanasso del romanzo, non si può provare che pena e un po’ di empatia per questo personaggio così tormentato. In fondo è questo che colpisce della vicenda: tutti i personaggi, anche i più odiosi, si rilevano per quello che semplicemente sono: esseri umani, con i loro difetti, che risaltano ovviamente più dei pregi.
Apr
30
2007

Dopo essersi guadagnato due zeri e la licenza di uccidere James Bond, alle origini della sua carriera, è sulle tracce di Le Chiffre, uno spregiudicato banchiere che finanzia organizzazioni terroristiche. L’intervento di Bond manda all’aria i suoi piani, sventando un attentato ai danni di una compagnia aerea. Le Chiffre si ritrova così in debito e in imbarazzo con un misterioso signore della guerra africano, per saldare il conto organizza un’esclusiva partita a poker al Casino Royale nel Montenegro. Finanziato dal governo e controllato dall’affascinante contabile Vesper Lynd, Bond è tra i dieci ricchi partecipanti che gareggiano per il piatto milionario. Sopravvissuto a una lunga notte di bluff, strategie, inseguimenti, avvelenamenti e torture, sarà l’amore a piegare l’agente britannico e a condizionarne il destino sentimentale.
Genesi di 007. Dopo aver mandato in pensionamento (non anticipato) il bravo ma del tutto inadatto Pierce Brosnam (qui pioveranno dure reazioni, mi immagino), Martin Campbell riprendere la serie a distanza di dodici anni da quel Goldeneye, per certi versi innovativo e fuori canone. Una strada che poi i registi dei tre film successivi non sono riusciti o non hanno voluto seguire.
All’inizio del film Bond è un rozzo, ma capace agente dell’IM6, senza ancora la licenza doppio zero. Una volta conquistata sul campo, per la prima volta dopo anni lo vediamo investigare seriamente, seguendo tracce e inseguendo criminali con acrobazie degne di Prince of Persia. L’azione non manca in questo film, ma è ben calibrata. A un punto della storia l’investigazione lo porta a dover sfidare Le Chiffrè, banchiere dei terroristi, a una partita a poker con altri otto giocatori al prestigioso Casinò Royale, in Montenegro. Qui l’unità di azione diventa praticamente il tavolo da gioco, in una serie di partite, permettetemi l’impietoso confronto, il cui pathos raggiunge i livelli di quelli dei due Natali di Avati.
Questo film parla quindi della nascita della spia che conosciamo, già avvezzo a auto sportive di lusso e martiti agitati ma non mescolati e tuttavia ancora un fascino grezzo. Bravo Daniel Craig (non gli avrei dato una lira a vederlo nelle foto promozionali) e brava soprattutto Judi Dench, che finalmente con alle spalle una solida sceneggiatura non è più la nonna papera dei film precedenti ma un capo dell’IM6 con le palle. Giannini piuttosto inconsistente a mio parere, mentre l’incantevole Eva Green dimostra di sentirsi più a suo agio tra abiti di lusso (o a Gerusalemme AD 1187) che non tra i cinefili sessuomani di Bertolucci.
Apr
29
2007
Il terrazzo è adombrato dalla tenda rossa, creando una luce soffusa e avvolgente, le piccole foglie verdi del glicine sono cullate da una leggera brezza e tutto intorno il cinguettio degli uccelli. Perfetto.
Apr
26
2007
Già bel viaggetto comandante… Su questa chiatta nonostante tutto non mi sento al sicuro. Quella foresta lussureggiante pullula di chissà che cosa. E nonostante la mia veneranda età, finalmente provo qualche vero brivido. Che esseri strani che siamo, vivi solo quando andiamo incontro al pericolo.
«Mi spiace dirvelo ragazzi, niente navette. Il compito di costruire le infrastrutture di collegamento era assegnate alla squadra scomparsa.»
«E farci calare direttamente sulla foresta, classica operazione di recupero?» obiettò Matteo, che era anche l’esperto tattico e di sopravvivenza. Non più di noi tutti, ma con qualche marcia in più.
Nelson scosse la testa: «No Mat, ci hanno reso la vita difficile all’Alto Comando. Non vi mentirò: le possibilità di ritrovarli vivi sono scarse. Ci mandano là per recuperare i dati e le attrezzature, quegli stronzi.» Borbottii di disapprovazione.
«Silenzio! La cosa non mi piace, ma questi sono gli ordini. Ci hanno richiamato da Alpha, quindi sanno che siamo i migliori, ok? Detto personalmente, il vero motivo per cui ho accettato, anche se di malavoglia, è perché voglio ritrovare Rawson o almeno quello che resta, per riconsegliarlo a Patricia, va bene?» puntare sul cameratismo è stata una buona mossa, gli altri si sono zittiti all’istante, anche se gli sguardi erano pensosi.
«Ci muoveremo su una chiatta militare tattica, armata e corazzata e dotata di una stiva di carico sufficiente a recuperare e riportare indietro uomini e attrezzature. Dai rapporti inviati dalla squadra, prima della perdita dei contatti, è chiaro che il fiume di per sé non rappresenta rischi. Qualunque cosa è successa, è avvenuta al campo base»
«Scansioni dell’area?» ha chiesto Cheng con serietà professionale.
Ancora Nelson ha scosso la testa «Neanche a parlarne, la zona è soggetta a qualche tipo di interferenza elettromagnetica, nessuna radiazione naturale dannosa per noi, ma ci renderà difficili le comunicazioni. La squadra aveva installato un ripetitore che trasmetteva direttamente in orbita. Le foto aree non dicono molto: il campo è vuoto.»
Apr
26
2007
2057, il Sole sta morendo. Il genere umano, prossimo alla completa estinzione, ripone le sue ultime speranze nell’Icarus II, una nave spaziale armata con un ordigno nucleare necessario per riattivare la stella. Durante il viaggio, l’equipaggio riceve però un misterioso segnale proveniente dall’Icarus I, scomparsa in una missione analoga sette anni prima a causa di un incidente…
Se avete visto il trailer, dimenticatevelo. Non siamo dalle parti di Armageddon, ma di Odissea nello spazio. L’apocalisse è solo un pretesto, il viaggio è dentro di noi. Dai primissimi minuti è chiaro che il film punta sul dialogo, che può apparire filosoficamente facilone, ma in realtà raggiunge la profondità che vuole intendere. Nelle due ore scarse di proiezione vediamo una carrellata di emozioni e reazioni umane. Compresa la follia. Perché è l’oscurità che è dentro di noi ad essere il tema portante del film. Il nostro nemico, siamo noi stessi. L’oscurità però non è qualcosa di viscido, vive alla piena luce del sole (in questo caso letteralmente!) ed è in contraltare la nostra razionalità, la nostra positività ad essere il germe della nostra salvezza, come la follia insita nell’essere umano è quello dell’autodistruzione.
Il film è visivamente sontuoso, la tecnica di Boyle non si smentisce nuovamente. Flash improvvisi, che spezzano la narrazione visiva, grandi scenari esterni che rendo l’imponenza dello spazio, neanche molto profondo, giusto vicino a noi. In più una sequenza omaggio a Kubrick, che richiama l’abbordaggio di Bowman alla Discovery, dopo che Hal lo ha escluso dalla nave. Il contesto è certamente diverso, ma secondo me l’omaggio c’è.