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Mar 13 2006
Ritorno in Patagonia
Bruce Chatwin, Paul TherouxRitorno in Patagonia
Piccola Biblioteca Adelphi, Adelphi€ 6,00
Melville usò l’aggettivo «patagonia» per indicare qualcosa di totalmente esotico, mostruoso e pericolosamente attraente. Un’attrazione che agì anche sul giovane Bruce Chatwin. Fin dall’età di tre anni la Patagonia gli apparve come la Terra delle meraviglie. Poi dall’esperienza nacque In Patagonia, il più bel libro di viaggi dei nostri anni. Qualche tempo dopo, un altro illustre scrittore di viaggi, Paul Theroux, pubblicava un affascinante libro su quella terra, The Old Patagonian Express. Infine, nel 1985, Chatwin e Theroux composero, in una storia di contrappunto a due voci, questo delizioso libretto, dove entrambi tornano sulle tracce della loro passione nonché delle voci e delle storie disparate che sono connesse a quella terra. Sia Chatwin sia Theroux appartengono a quella stirpe di viaggiatori che «un’associazione o un riferimento letterario possono entusiasmare quanto una pianta o un animale raro». Perciò il loro dialogo non può che essere personalissimo ed erudito, esposto all’esperienza bruta del viaggio ma anche pronto a captare ogni segnale che giunga dal passato per ricomporre ancora più screziata, l’immagine di quella terra dai tanti misteri, veri e fantasticati.
Piccolo saggio che si legge assai velocemente, Ritorno in Patagonia può essere inteso come introduzione o complemento al capolavoro di Chatwin
In realtà la maggior parte dei fatti riportati in questo volumetto sono già presenti in In Patagonia. Per questo Ritorno in Patagonia può essere inteso come focus, un modo per porre l’attenzione su fatti che all’interno del libro precedente restano dispersi nel grande affresco che Chatwin ci offre.
L’attenzione del saggetto in questo caso è posta su due elementi fondamentali: la dichiarata ignoranza degli esploratori che giudicarono i patagoni senza cognizione di causa e l’incredibile influenza che la terra della Patagonia ha avuto sull’immaginario collettivo e su quello di grandi scrittori dell’Ottocento.
Mar 12 2006
Sulla collina nera
Bruce ChatwinSulla collina nera
Gli adelphi, Adelphi 8 €
Questo romanzo è la storia della lunga vita di due gemelli identici. Lewis e Benjamin Jones per ottant’anni mangiano lo stesso cibo, indossano gli stessi vestiti, dormono nello stesso letto, roteano l’ascia con lo stesso gesto. Vivono in una fattoria chiamata «La Visione», posta sulla linea che separa il Galles dall’Inghilterra, in una natura aspra e scarsamente abitata. Se osservata da vicino, la loro esistenza è folta di avvenimenti, spesso crudeli e violenti, ma tutto si svolge entro un raggio di dieci miglia dalla fattoria. I due gemelli non possono abbandonare quella casa e quei luoghi come non potrebbero separarsi fra loro. Un cerchio magico stringe le loro vite, e all’interno di esso si ripercuotono, in un’eco stravolta, gli eventi del mondo. Tutto ciò che viene da fuori – siano le due guerre mondiali o anche i nomi di Buddha o di Gheddafi – appare come sulle lastre di una arcaica lanterna magica. All’«era moderna», di cui talvolta percepiscono i segni, Lewis e Benjamin volgono testardamente le spalle. Chiusi in una loro primordiale innocenza, legati alla terra e al proprio doppio da un vincolo biologico, posano sulla vita uno sguardo stupefatto e malinconico, ma non lo sanno neppure, tanto sono occupati dal ciclo delle faccende della fattoria.
Dopo il Chatwin viaggiatore ho voluto scoprire quello romanziere. Sulla collina nera ha il respiro della grande saga familiare, ricondotta però al binomio dei due gemelli Jones, protagonisti del romanzo. Binomio perché i due fratelli sono un unicum, un’entità completa solo nella sinergia delle due componenti e inesistenti come unità separate. Stupisce la loro totale empatia che pure li porta al contrasto. Sarà Lewis, il più forte dei due a dover rinunciare ad una vita propria per amore del gemello incapace di amare e vivere se non entro i confini della cerchia familiare.
Ed è un cerchio che racchiude le loro vicende. Non già spaziale, poiché i luoghi del racconto sono ristretti a poche miglia ma temporale. Il respiro del racconto inizia e si esaurisce con la vita dei protagonisti, dalla fine dell’Ottocento agli anni ’80 del Novecento.
Lo sfondo della vicenda è un’immutabile campagna gallese, incorrotta dal tempo e dagli eventi, da ritmi di vita sempre uguali. I personaggi di contorno restano sullo sfondo, anch’essi generazioni delle stesse famiglie che incontriamo già all’inizio del romanzo.
Tutta la narrazione è pervasa da un forte senso di amarezza e nostalgia, ma soprattutto di sospensione temporale: come se ottant’anni di vita trascorressero e svanissero in un battito d’ali di farfalla.
Lo stile è sempre quello di Chatwin: fresco, mai prolisso, aneddotico. Non mi viene migliore immagine per descriverlo che quella di penellate fresche appena accennate, ma che nel complesso creano un grande affresco.
Mar 12 2006
Ieri ho constatato di non essere per fortuna…
Ho avvertito quindi il mio amico: non avrebbe trovato la narrazione del viaggio, ma piuttosto le impressioni, gli anneddoti sul luogo, gli incontri. Non un racconto tipo "sono andato qui, ho visto là". La sua reazione è stata, quando ho fatto notare che molti cercano quel tipo di racconto: "beh allora dovrebbero leggersi le guide del touring!"
Oggi per ammazzare il tempo ero in libreria davanti allo scaffale della letteratura di viaggio. Notavo come molti libri di questa categoria siano dei resoconti dettagliati dei viaggi degli autori. In cuor mio ho pensato che non mi interessano molto…








