Ago
25
2008
L’uccello che girava le viti del mondo
Haruki Murakami
SuperET Einaudi, 16.5 €
Il protagonista è un giovane giapponese che ha appena lasciato volontariamente il lavoro in uno studio di avvocati. È felicemente sposato con una donna in carriera. Tutto ha inizio da due episodi insignificanti: il gatto di casa scompare e l’uomo riceve la telefonata anonima di una donna che con voce sensuale gli chiede un incontro. A partire da quel momento la sua vita, fino ad allora normalissima, inizia a subire una strana trasformazione. Intorno alui compaiono personaggi sempre più strani, e la realtà - il reale - inizia a degradarsi in qualcosa di fantasmagorico.
Surreale. E’ l’unica definizione che riesco a trovare calzante per questo romanzo. Anzi meta-romanzo. E’ un libro composto di storie e personaggi che si intrecciano in modi improbabile attraverso una sottile e impalpabile ragnatela onirica. “L’uccello che girava le viti del mondo” non è la storia di Toru Okada (sbagliata la scelta secondo me da parte della traduttrice di riportare i nomi dei personaggi secondo l’uso giapponese, antemponendo il cognome al nome), ma un caleidoscopio di sogni, persone e vissuti che ruotano intorno al protagonista.
Sublimi i momenti narrativi più intimistici e riflessivi, parto di una mente acuta attenta al dettaglio e capace di dipingere con pennellate lievi affreschi quotidiani eterei ma perfettamente plausibili. Murakami si conferma ancora penna elegante e asciutta.
I comprimari si potrebbero definire i veri protagonisti della narrazione, ognuno apporta il proprio carattere e la propria storia. Lo stile è il più eterogeno che si possa incontrare, dal racconto orale, ai carteggi e perfino a forme di comunicazione tipiche di internet, la chat e l’e-mail. La considerevole mole del romanzo ha permesso a Murakami di sperimentare registri diversi e di arricchire la narrazione con storie dentro la storia.
Il motivo per cui non riesco a dare il voto massimo è dovuto alla terza parte. Se “L’uccello che girava le viti del mondo” fosse limitato alle prime due parti o presentasse una terza al livello delle precedenti si potrebbe senza alcuna riserva definire un capolavoro. Invece nelle ultime duecento pagine il racconto sembra accusare una certa stanchezza e frammentarietà. E’ comunque un’opera pregevole di alto livello, che va affrontata in un momento sereno per poter essere apprezzata nella sua complessità e mole.
Lug
28
2008
Ventimila leghe sotto i mari
Jules Verne
Bur, Rizzoli 7.5 €
Una misteriosa creatura marina che affonda navi da guerra di ogni paese, lascoperta di uno straordinario mezzo meccanico - il sommergibile Nautilus -capace di esplorare le profondità degli abissi marini, il suo comandante, ilCapitano Nemo, un uomo nobile e generoso che cela però nell’animo uninsopprimibile desiderio di odio e di vendetta, il professor Arronax, il suoservitore Consiglio e il fiociniere Ned Land. E poi le meraviglie di uncontinente sconosciuto - l’oceano e i suoi abissi - le esplorazioni attraversotutti i mari, le lotte contro mostri spaventosi, la fede in una scienza chedovrebbe offrire all’uomo un progresso inarrestabile, il desiderio di libertàche anima tutti i personaggi del libro.
Jules Verne è considerato uno dei padri dello scientific romance (romanzo scientifico, precursore della fantascienza tout court, anche se termine più applicato all’ambito anglossassone che non d’oltre Manica) e sicuramente il più grande esponente dei Voyages Extraordinaires, i viaggi straordinari.
Quale viaggio più straordinario per antonomasia se non quello del Nautilus? Ventimila leghe sotto i mari è un classico, indiscutibilmente.
La prima metà del romanzo scatena una visione potente e positiva della scienza, per non dire pienamente positivista. La grande macchina mossa dall’elettricità che solca le profondità oceaniche è un’anticipazione straordinaria del ventesimo secolo, unitamente all’ambigua ma affascinante figura di Capitano Nemo.
Un uomo enigmatico ed ermetico, che ha ripudiato la terra per vivere nel mare e delle risorse che esso offre. Bellissima la frase che rivolge al narratore, interepellato sull’amore per il mare: “Sì, l’amo. Il mare è tutto. Copre i sette decimi del globo terrestre; il suo respiro è puro e sano, è l’immenso deserto in cui l’uomo non è mai solo, poiché sente fremere la vita al suo fianco [...] Nel mare è la tranquillità suprema. Il mare non appartiene ai despoti, che possono solo esercitare alla sua superficie diritti iniqui e battersi, e divorsarsi, e trasportarvi tutti gli orrori della terra, ma a trenta piedi sotto il suo livello il loro potere cessa, la loro influenza si estingue, tutta la loro potenza svanisce!”
In questa frase è riassunta tutta la figura di Nemo, la sua lucidità e la sua follia.
Se il romanzo superasse di poco la straordinaria prima metà potrei gridare al capolavoro. Purtroppo Verne ha compiuto una scelta diversa, ha prolungato le avventure sotto i mari ancora del doppio, presentando spesso ripetizioni, anche se i viaggi del Nautilus lasciano ancora meravigliati a distanza di un secolo e mezzo.
Il secondo difetto è l’immancabile prosopopea francese che vede Nemo decantare le opere ingegneristiche di De Lesseps, fatto alquanto incoerente con la psicologia di un personaggio che ha abbandonato qualsiasi legame con la terra e le nazionalità.
Passato alla storia come classico di avventura per l’infanzia, Ventimila leghe sotto i mari è sicuramente da riscoprire per il pubblico adulto. La sua fama è immeritata e riduttiva, essendo il testo ricco di riferimenti storici e scientifici che nessun bambino potrei cogliere e fruire.
Lug
22
2008
Sì, l’amo. Il mare è tutto. Copre i sette decimi del globo terrestre; il suo respiro è puro e sano, è l’immenso deserto in cui l’uomo non è mai solo, poiché sente fremere la vita al suo fianco [...] Nel mare è la tranquillità suprema. Il mare non appartiene ai despoti, che possono solo esercitare alla sua superficie diritti iniqui e battersi, e divorsarsi, e trasportarvi tutti gli orrori della terra, ma a trenta piedi sotto il suo livello il loro potere cessa, la loro influenza si estingue, tutta la loro potenza svanisce!
Come ho fatto a non leggere Ventimila leghe sotto i mari fino ad adesso?!
Lug
13
2008
Zothique
Clark Ashton Smith
Fantacollana, Editrice Nord, 1977
Su Zothique, l’ultimo continente della Terra, il sole non splendeva più con la bianchezza dei tempi andati, ma era offuscato e contaminato come da un vapore di sangue. Nuove stelle innumerevoli erano comparse nei cieli, e le ombre dell’infinito si erano fatte più vicine. E da quelle ombre erano ritornati all’uomo gli dei più antichi: gli dei dimenticati dopo Hyperborea, dopo Mu e Poseidonide, ora portavano altri nomi ma avevano gli stessi attributi. E anche i demoni più antichi erano ritornati, prosperando dei fumi di sacrifici perversi, e nutrendo di nuovo le stregonerie primordiali.
Dei tre autori che caratterizzarono l’età d’oro di Weirde Tales, nel decennio che va dalla fine degli anni 20 a quella degli anni 30, due sono noti e uno in particolare più dell’altro: Howard Phillips Lovecraft e Robert Erwin Howard.
Il terzo è meno noto, ma non per questo meno significativo. Clark Ashton Smith era amico e corrispondente sia di Howard che soprattutto di Lovecraft. Attraverso il carteggio non di rado questo gruppo di pionieri del fantastico gettarono le basi per le loro narrazioni. Un filo conduttore lega questi scrittori: la ricerca per il gusto del grottesco, dello strano appunto (weirde in inglese), del macabro unito a paesaggi inquietanti, ambientazioni sorrette da cosmologie improbabili, che richiamano la passione comune per Lord Dunsany, riti “blasfemi e innominabili”, stregonerie ed essere venuti dall’altrove.
Se in Lovecraft i paesaggi narrativi assumono le forme della sonnolenta provincia del New England infestate da alieni venerati come dei e in Howard le giungle africane frequentate da Solomon Kane o le colorate evocazioni hyboriane di Conan il cimmero, Clark Ashton Smith opera scelte confrontabili ma personali.
La sua sterminata produzione, che comunque si limita alla forma del racconto, vede i suoi personaggi muoversi su sfondi di terre mitiche (Atlantide, Hyperbore) o mondi fantastici come Xiccarph, Averoigne o Zothique.
Quest’ultimo altri non è che l’ultimo continente della terra, in un futuro così remoto che il sole si è affevolito e che quasi tutti i continenti saranno stati inghiottiti dall’oceano.
In questa terra aspra, che vede morire continuamente terre e popoli, lasciandosi dietro deserti sconfinati, agisce una razza di uomini posteriore che sembra essere ritornata agli antichi arcani, alla stregoneria e l’adorazione di demoni ed essere malvagi.
E’ la fondazione del genere dying earth, ossia della terra morente, che vedrà in un’omonima raccolta di Jack Vance la sua definizione e un ristretto numero di epigoni tra i quali il Ciclo del Nuovo Sole di Gene Wolfe e Il lungo meriggio della terra di Brian Aldiss.
I racconti che compongono il ciclo di Zothique sono parenti lontani dell’esotismo di Howard, ma meglio ancora dire dell’arabesque e delle suggestioni orientali da Mille e una notte, ma anche del romanzo gotico. Il lato più grottesco e macabro invece è imparentato con Lovecraft, di cui condivide il gusto per i finali negativi.
Il linea generale, tuttavia, i racconti di C. A. Smith sono unici per stile e capacità evocativa. Una lettura consigliata per gli appassionati del genere weirde dell’età d’oro.
Giu
16
2008
La ragazza della torre
Cecilia Dart-Thornton
TEADUE 10 €
Mentre i Cavalieri della Tempesta atterrano coi loro stalloni alati sulla maestosa Torre di Isse, portando ricchezza e prosperità ai nobili dei Dodici Casati, i servi che lavorano nelle viscere della Torre mitigano la loro fatica quotidiana raccontandosi storie e leggende sugli esseri soprannaturali che popolano le sterminate foreste di Erith, un mondo che nessuno di loro ha mai potuto esplorare. Sembra infatti che laggiù si nascondano innumerevoli creature, animate dall’unico scopo di ingannare e uccidere gli uomini: alcune hanno il potere di cambiare forma – come l’Each Uisge –, altre possiedono una malizia letale – come i druegar, una razza di nani neri dagli occhi di fuoco – e altre ancora sono sottili come giunchi, pallide come la nebbia, delicate come le ninfee… ma determinate ad annegare chiunque risponda al loro richiamo. Ad ascoltare queste storie, nascosta nell’ombra, c’è anche una persona muta, dal volto orrendamente deforme e dal passato misterioso, che i servi superstiziosi evitano e disprezzano. Eppure soltanto lei avrà il coraggio di fuggire dalla schiavitù della Torre e affrontare davvero tutte le creature di cui ha sentito parlare, spinta unicamente dal bruciante desiderio di scoprire se qualcuno può guarirla e svelarle il segreto dei suoi ricordi perduti. Il suo viaggio sarà lungo e difficile, punteggiato da insidie in agguato a ogni svolta della strada e dietro ogni albero, ma di certo la porterà a conoscere l’amicizia e forse addirittura l’amore…
Era da un po’ che non mi capitava di leggere un’idea semplice sviluppata in maniera così intrigante e scritta con uno stile mai banale.
Cecilia Dart-Thorntorn pubblicò i primi capitoli di The ill-made mute (il presente La ragazza della torre) su un sito internet alla fine degli anni ‘90 e presto scoperta da un famoso agente letterario fu un caso più unico che raro di esordiente pubblicato in hardcover.
C’è da dire che il successo della Thornton è più che meritato. La ragazza della torre (purtroppo il titolo è un grosso spoiler) inizia con il vagare di una “creatura” senza nome, volto, voce e memoria che vaga nei pressi della torre di Isse. Sfigurata nel viso dapprima viene celata, anche a se stessa, nei panni di un servo, finché non viene a scoprire per caso che il suo volto può essere curato e da qui intraprende una sequenza di avventure rocambolesche in cerca di una cura alla sua deformità e al suo mutismo.
Le descrizioni della Thornton sono dettagliatissime ed evocative. Per questo motivo è stata critica, soprattutto in Italia, di essere prolissa e indigesta. Spiace essere parziali nel giudizio, ma ho l’impressione che questi detrattori non siano avvezzi alla letteratura di un certo livello. La ragazza della torre a discapito della trama lineare non è sicuramente solo una lettura d’evasione. A supporto di questa affermazione basti ricordare che non di rado vengono richiamati racconti e ballate popolari tipiche della cultura britannica e germanica, letteralmente inseriti nel testo tramite racconti orali e rielaborati per il mondo di Erith.
E’ manifesta la solida cultura e le ricerche svolte dall’autrice, un pregio che danno spessore e credibilità alla storia, nonché fascino squisitamente storico-etnografico all’ambientazione.
Uno dei migliori fantasy che ho letto nell’ultimo anno.